domingo, 24 de agosto de 2025

"Le venti giornate di Torino" (1975), de Giorgio de Maria

 Sotto la fessure della mia porta trovai una lettera indirizzata a me —il nome del mitente era taciuto: se volevo rispondere alla missiva, avrei dovuto andare a deporre il mio scritto dentro una cassetta postale fuori uso nei pressi della stazione Dora. Riporto la lettera per sommi capi:

Egregio signore,

da molto tempo —mesi, forse anni, non so— scrivo ogni giorno una lettera a qualche persona trovata per caso in un vecchio elenco del telefono. Non ho mai ricevuto risposta, ma questo no mi impedisce di continuare. Non so spiegarmi il perché di questa resistenza al dialogo: forse cualquno pensa che io non abbia uno stile abbastanza ornato, o immagina che io voglia intrufolarmi indebitamente, strofinare, per così dire, l'unto della mia anima sui suoi calzoni. Questo non è assolutamente vero!... D'altronde io non chiedo nulla a nessuno, da giovane ho fatto l'assicuratore e vivo del mio. Ma adesso basta coi preamboli e veniamo al dunque: alla reciproca conoscenza, cui farà riscontro la Sua, se ritiene il caso... Tanto per cominciare avevo un cane... Ma forse a Lei del mio cane non importa nulla, per cui Le parlerò di me. Personalmente io sono un uomo bellissimo, magari piccolo ma non di brutto aspetto. La mia vita è modesta ma dignitosa, come quella di tutti. Sera dopo sera salgo nella mia stanzuccia, e qualche volta è una bella fatica perché abito all'ottavo piano e da un po' di tempo non ci sono più né scale né ascensore. Durante la salita, mentre mi aggrappo dove posso, sento venire dall'alto lo scroscio del'immondizia mischiato alle voci beffarde degli inquilini, che però non riesco quasi più a sentire. Quando ce la faccio ad arrivar su, leggo attentamente un vecchio giornale che un giorno ho trovato nella spazzatura. Finita la lettura, che mi diverte sempre di più, ripongo con cura il mio giornale e succhio per cinque minuta la mia ciliegia sotto spirito... Allo scoccare della mezzanotte la rimetto quasi intatta nel suo barattolo di vetro dove ogni giorno vedo salire il livello della saliva... Non nego, egregio signore, che qualche volta vorrei qualche compagno a testimone della mia gioia. C'e il cane, è vero, ma questa è una faccenda di cui non sono autorizzato a parlere, almeno fino a che Lei non mi dia il suo consenso... Me lo dà, egregio signore? Ci posso contare? Spero di averLe detto con la massima franchezza tutto quello che può dire un uomo senza venir meno al riserbo che comporta una relazione epistolare con un estraneo. In attesa di una Sua risposta, che potrebbe essere l'inizio de uno scambio de vedute di reciproco interesse, distintamente La saluto... Deponga la Sua eventuale risposta in...

 Il Suo